Revenge Porn: cosa accade se vittima e colpevole sono minorenni

La vicenda

Un ragazzo di soli 17 anni ha tappezzato le vie di un paesino del Salernitano di foto intime della sua ex fidanzata appena 13enne. Le immagini della adolescente, per di più, sono state digitalmente modificate, oltreché accompagnate da false offerte di prestazioni sessuali a pagamento. Secondo quanto riportato dal giovane, quest’ultimo avrebbe agito allo scopo di “punirla” per la fine della loro relazione. Nel corso delle indagini, la Polizia ha sequestrato a casa del ragazzo ulteriore materiale pornografico ritraente la minore.

L’inchiesta della Procura per i Minorenni

L’8 marzo 2021, la Procura presso il Tribunale per i Minorenni di Salerno ha chiesto il rinvio a giudizio del 17enne per il reato di revenge porn, di cui all’art. 612-bis del codice penale, emettendo contestualmente un provvedimento provvisorio tramite cui il ragazzo è stato collocato presso una comunità.

Il procedimento

Durante l’interrogatorio, il giovane ha ammesso di fronte al Giudice minorile le sue responsabilità, spiegando di aver agito in preda alla rabbia e senza riflettere sulle conseguenze delle sue azioni.

Per questo, la difesa del ragazzo ha chiesto che il giovane imputato fosse ammesso alla misura alternativa della “messa alla prova”, ossia che fosse affidato ad un ufficio di esecuzione penale esterna per svolgere lavori socialmente utili a titolo gratuito e nella piena riparazione delle conseguenze dannose delle sue azioni.

Cos’è la messa alla prova

Secondo quanto previsto dall’art. 168 ter c.p.p., infatti, durante il periodo di messa alla prova il procedimento penale si intende sospeso e, nel caso in cui la prova abbia avuto esito positivo, il reato ascritto all’imputato si considera estinto.

L’imputabilità dei minori

Posto che secondo la normativa vigente i minori di diciotto anni si considerano ancora privi di quel grado di sviluppo fisico e psichico tale da poter comprendere il valore etico-sociale delle proprie azioni, per il nostro codice penale la minore età costituisce una delle cause di esclusione dell’imputabilità, in forza di cui, dunque, il minore che ha commesso un fatto penalmente rilevante non può essere chiamato a risponderne di fronte alla legge.

Tuttavia, considerato che la maggiore età è attualmente fissata al compimento dei diciotto anni, il Codice Rocco prevede che, a seconda della specifica età del soggetto ancora minorenne, si debba effettuare una distinzione accurata rispetto al grado effettivo di consapevolezza dello stesso, così da valutare se, nel caso, sia possibile (oltreché giusto) imporgli una determinata sanzione.

Più specificamente,

  • Se il minore ha meno di 14 anni, non è mai imputabile: nei suoi confronti, infatti, ai sensi dell’art. 97 c.p., è prevista una presunzione assoluta di incapacità.
  • Se il minore ha più di 14 anni, allora è imputabile soltanto se il giudice accerta che, al momento del fatto, il minore era capace di intendere e volere, come prescritto dall’art. 98 c.p.

La funzione della pena se il reo è un minore imputabile

Nella celebre sentenza n. 90/2017, la Corte Costituzionale ha posto l’attenzione sulla portata dell’art. 27 della Costituzione nella parte in cui, al 3° comma, sancisce che la pena deve tendere generalmente alla “rieducazione del condannato”.

Ebbene, con questa pronuncia la Corte ha compiuto una vera e propria rivoluzione copernicana, in quanto ha affermato che, in realtà, l’art. 27 della Costituzione deve essere necessariamente essere re-interpretato nel caso in cui a commettere il reato sia un minore imputabile.

Più specificamente, la Corte ha osservato come l’art. 27 contempli il reo esclusivamente come un adulto che, seppur colpevole, viene comunque considerato consapevole della propria persona e del ruolo assunto nel contesto sociale di riferimento.

A tale proposito, invece, la Consulta ha giustamente evidenziato come le stesse considerazioni non possano valere per i minori condannati, in quanto trattasi di soggetti ancora privi di quella coscienza e maturità assunte invece indispensabili per essere connotati come adulti già formati, seppur da rieducare.

In buona sostanza, la Corte ha affermato che il minore imputabile, anche se colpevole di reato, deve ricevere un trattamento penitenziario specifico che lo possa non tanto “rieducare”, ma piuttosto “educare” tramite un percorso mirato e individualizzato tale da consentirgli in futuro di interfacciarsi con i propri concittadini con un adeguato bagaglio di valori morali e intellettuali di cui prima risultava privo.

L’applicazione pratica del valore “educativo” della pena inflitta al minore

Di conseguenza, la Corte ha escluso categoricamente che la detenzione possa applicarsi in modo automatico e indistinto a tutti i minori colpevoli, proprio perché, se così fosse, non potrebbe essere garantito quel processo di socializzazione, formazione e promozione della persona del minore che invece l’ordinamento mira a salvaguardare, soprattutto in considerazione della rilevanza sottesa al ruolo che i nostri giovani sono chiamati a ricoprire nella società del domani.

L’aumento allarmante dei reati commessi dai minorenni

Tuttavia, stando ai dati statistici più recenti e a quanto emerso durante l’intero periodo del lockdown, i reati commessi da minori a minori, specialmente mediante l’utilizzo di piattaforme digitali (cyberbullismo, detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, ecc.), si sono moltiplicati.

Oltreché per colpa di un uso smodato ed eccessivo dei dispositivi mobili, probabilmente la realtà giovanile odierna risulta così drammaticamente rappresentata a causa di una scarsa attività di prevenzione e educazione da parte delle famiglie, della scuola e dell’intero ordinamento.

Ragion per cui, dunque, si comprende il motivo per il quale la pronuncia della Corte Costituzionale assume un rilievo centrale nell’attuale contesto sociale giovanile, evidentemente segnato dalla mancanza di questa formazione così preziosa e che il sistema penale minorile, anche se in seconda battuta, dovrebbe assicurare in misura ancor più incisiva.

La necessità di un’attività educativa ad hoc

I minori, laddove colpevoli di reati, meritano quindi un percorso calibrato sulle rispettive personalità che si traduca in un investimento effettivo per il loro ingresso in società e che dimostri loro che è effettivamente possibile imparare dai propri errori, anche se gravi, con la consapevolezza che i loro diritti non si riducono a parole scritte sulla carta, ma piuttosto in una realtà incentrata sulla convivenza pacifica e sul reciproco rispetto.

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