Quando il COVID porta odio: la Public Shaming Pandemic

“Ne usciremo migliori”: così ci dicevamo all’inizio, alle prese con la pandemia da COVID19. Era il momento della solidarietà nazionale, dell’aiuto reciproco e dei cori dai balconi di tutta Italia. Il “male comune” avrebbe spinto tutti noi a essere più aperti, gentili, solidali. 

Oggi però tutti possiamo constatare che non è andata proprio così: su Internet si diffondono nuove forme di odio. Da chi fotografa i passanti che non rispettano il lockdown accusandoli di essere “untori” a chi, non credendo nei vaccini, attacca virologi e infermieri. Il caso più recente, in quest’ambito, sono gli attacchi contro Claudia Alivernini, prima vaccinata d’Italia, minacciata di morte dai novax. Non finisce qui: ci sono poi i negazionisti che si spingono persino ad accusare le ambulanze di girare a vuoto per le città solo per spaventare le persone, o che insultano gli operatori sanitari sui loro social

Tutte queste forme di odio si esprimono principalmente on-line, ma possono avere matrici diverse: da una parte possono essere una forma di sfogo per gli odiatori seriali, dall’altra rispondono a una precisa procedura sociale definita Public Shaming Pandemic.

Cos’è la Public Shaming Pandemic?

Da sempre, durante le grandi pandemie, i portatori di una malattia o chi poteva esserne la causa, sono stati additati e accusati, con l’intenzione precisa di provocare vergogna. Questa procedura si chiama, appunto, “Public Shaming Pandemic”. Come spiega la psicologa Annette Kammererquesto meccanismo funziona da deterrente, perché dovrebbe spingere le persone ad astenersi da comportamenti rischiosi, che potrebbero sottoporli alle critiche della società. 

Le foto degli assembramenti e delle “folle” che fanno shopping per le vie delle città, in fondo, servono proprio a questo: spingono le persone intenzionate ad uscire a vergognarsi, a rimanere in casa e non diffondere la malattia. Non è una novità: durante l’influenza del 1918, alcuni giornali americani pubblicavano i nomi delle persone arrestate per non aver indossato la mascherina. Nei primi anni dell’epidemia da HIV in molti ricordano lo spot in cui gli infetti avevano un “alone luminoso”, di fatto rappresentandoli come fantasmi, proprio per spingere le persone a mantenere comportamenti responsabili. 

Questa epidemia Covid, però, combina i meccanismi del public shaming pandemic a quelli di Internet e dei social media, ottenendo effetti devastanti e incontrollati. Il nemico può essere chiunque: chi esce in strada, un ristorante accusato di non rispettare le norme o magari un viaggiatore. Proprio l’odio nei confronti di chi viaggia, accusato di diffondere il virus, è stato definito dal Washington Post “travel shaming“. 

Il caso dell’influencer accusata di essere un “superdiffusore”

La gogna sociale legata alla pandemia, in effetti, sta già raggiungendo vette di violenza verbale inaudite, in tutto il mondo. Lo scorso febbraio, in Vietnam, un dei primi casi di COVID conclamati fu quello di Nhung Nguyen, una ragazza contagiata dalla sorella Nga, che aveva incontrato a Milano per una sfilata. Nga è una fashion blogger di caratura internazionale, e proprio la sua celebrità si sarebbe trasfermata in un boomerang per lei e per la sorella

Mentre Nga ha potuto trascorrere la sua quarantena in tranquillità, a Londra, Nhung è tornata in Vietnam, dove sono iniziati i problemi. Il governo, per spingere le persone a rispettare le regole, arrivò a chiudere al traffico la via in cui viveva Nhung e a organizzare un live streaming per i giornalisti sulle sue condizioni di salute. 

Una volta identificata la ragazza, le persone iniziarono a correre sul profilo Instagram suo e della sorella, accusandole di aver portato il virus nel Paese e costringendole a chiudere temporaneamente i profili social. Anche se Nhung era in un letto d’ospedale, in molti hanno fotografato ragazze a lei somiglianti e le hanno pubblicate sui social, accusandola di non rispettare la quarantena. In Gran Bretagna la sorella, che non ha contagiato quasi nessuno, è stata definita dai giornali una “super-spreader”, ovvero una persona altamente infettiva. Contro le ragazze si è scatenata così una vera e propria ondata d’odio online.

Anche senza intenzioni “educative” come quelle vietnamite, gli effetti possono essere enormi. Un esempio simile è quello del sindaco di New York che, per avvertire la cittadinanza del pericolo imminente, aveva condiviso su Twitter il nome della società per cui lavorava il paziente zero della città, rendendolo facilmente identificabile. Questo in pochissimo tempo ha portato commenti d’odio sui profili social della famiglia, spingendo persino una lavanderia a rifiutarsi di lavare i loro indumenti e nei mesi portando anche a lettere minatorie inviate da parenti di persone decedute a causa del Covid. 

Un’onda d’odio senza confini

Grazie al potere di Internet, poi, i casi si trascinano, inseguendo le persone ovunque si trovino. Il 28 febbraio, un radiologo di origini indiane di ventisei anni che lavorava in un ospedale italiano, è volato da Venezia a Kochi, in India, con i suoi genitori. La famiglia ha sempre vissuto in Italia, da quando il ragazzo era un bambino. Arrivata in India la famiglia scoprì di essere infetta, tutta quanta, incluso il nonno di 93 anni. 

Non appena la famiglia ha cercato cure mediche, i loro nomi sono trapelati sulla stampa indiana. Gli hater hanno iniziato ad attaccarli online, con alcuni che si sono spinti persino a chiedere fustigazioni pubbliche. La famiglia è stata tempestata di messaggi che li accusava di aver portato deliberatamente il virus dall’Italia. “La parte peggiore non era il virus”, ha poi affermato il ragazzo, “Sono stati gli attacchi dai social network”. Fortunatamente per loro, tuttavia, la pubblica opinione è mutata con la stessa velocità con cui era esplosa la violenza. Nel giro di un mese, tutti i membri della famiglia erano usciti dall’ospedale, incluso il nonno che, essendo la persona più anziana in India a guarire dal covid-19, divenne un eroe nazionale. Il ragazzo è tornato in Italia ed è tornato a lavorare. Le ferite dell’odio online, però, sono rimaste: aveva salvato alcuni degli attacchi d’odio ricevuto, ma poi ha scelto di cancellarli. “Così posso provare a dimenticare.” 

Cosa fare per evitare la Public Shaming Pandemic

Ora che conosciamo questa forma d’odio, come possiamo imparare ad arginarla? Come giustamente scrive sul NY Times Aaron Carroll, un medico ed esperto di new media, “La rabbia e l’odio sono raramente il sistema più adatto a migliorare le cose: accusare gli altri potrebbe farti sentire bene con te stesso, ma raramente corregge il cattivo comportamento. Anzi, spesso si ritorce contro”. 

L’odio sociale, infatti, non sta facendo altro che polarizzare la discussione, spingendo le persone a non mantenere intenzionalmente i buoni comportamenti, o a non sottoporsi ai test di controllo per evitare accuse e additamenti. Questi effetti negativi sono documentati e denunciati dallo stesso dipartimento di salute pubblica americano, e non sono quindi da sottovalutare. Il modo migliore di ricordare agli altri quanto siano importanti le misure di difesa, sta semplicemente nel seguirle e nel condividerle. Ricordandosi anche che le offese online e la pubblicazione di immagini non approvate, possono sempre e comunque rappresentare reati molto gravi

Le persone possono reagire a questa pandemia in modo diverso, tenendo anche conto del forte stress emotivo che sta schiacchiando tutti noi. Se vediamo foto di persone o amici che non rispettano le regole, la prima cosa da fare è provare a capire empaticamente cosa li spinga a mantenere questi comportamenti: come sostiene l’epidemiologa Julia Marcus, proprio l’empatia è la cura migliore contro lo stigma. Così facendo si hanno più occasioni di “fare squadra”, evitare derive polarizzanti e migliorare il dibattito. 

Come difendersi dalla gogna dei social

Chiunque potrebbe cadere vittima di forme d’odio legate alla pandemia, per diverse ragioni. Potresti essere accusato di comportamenti inadeugati, oppure offeso e discriminato perché svolgi una professione sanitaria. Come esercente, potresti essere accusato ingiustamente di non rispettare le regole. Se sei vittima di queste offese, ricordati che sono un reato: dalla diffamazione, allo stalking, passando anche per la violazione della privacy. La prima cosa da fare è registrare le prove, attraverso una procedura di legalizzazione. Puoi anche chiedere la rimozione dei contenuti, con un’operazione di takedown. Infine puoi inviare diffide o procedere legalmente. Per qualunque esigenza rivolgiti sempre a un esperto legale e fai valere i tuoi diritti

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