Fare l’umarell su Facebook è reato?

Avete mai sentito parlare di “umarell”? Di origine bolognese, il termine “umarell” significa letteralmente “ometto” o “omarello”, e fu utilizzato per la prima volta dallo scrittore e artista Danilo Masotti per indicare “il pensionato che si aggira, per lo più con le mani dietro la schiena, presso i cantieri di lavoro, controllando, facendo domande, dando suggerimenti o criticando le attività che vi si svolgono“.

È un’abitudine che fa sorridere e che sicuramente non crea danni nessuno. Esistono però anche versioni “digitali” degli umarell, ovvero persone che criticano il lavoro altrui e lo denunciano sui social. Può essere un operaio in pausa pranzo, un Carabiniere che beve il caffè o un dipendente pubblico che si prende un piccolo break: tutti vengono fotografati, pubblicati e giudicati.

Ma se pubblichiamo su Facebook le foto di qualcuno che non sta lavorando commettiamo un reato?

Innanzitutto, è fondamentale capire se, in linea generale, fotografare qualcuno a sua insaputa sia lecito o meno. Secondo quanto previsto dalla normativa vigente, scattare delle fotografie a qualcuno senza che che lo sappia:

  • è legale, se la persona si trova in un luogo pubblico
  • è illegale, se il soggetto viene fotografato in un luogo privato (es: la propria casa, il proprio luogo di lavoro, ecc.)

Nessun problema, invece, nel caso in cui la persona acconsenta ad essere fotografata, a prescindere dal luogo in cui si trovi.

E se la foto viene pubblicata sui social network? In questo caso, il discorso cambia. Più specificamente, il fatto che una persona abbia prestato il proprio consenso ad essere fotografata non significa che abbia automaticamente autorizzato la diffusione della fotografia sulle piattaforme social. Per questa operazione, infatti, occorre che l’interessato esprima un nuovo e ulteriore consenso, considerato che, attualmente, tutti i social network sono equiparati a dei veri e propri canali di pubblicità.

Tutto ciò premesso, dunque, cerchiamo di capire se l’umarell “digitale”, ovvero chi pubblica foto di persone “inadempienti” sul lavoro, sia di fatto autore di qualche reato.

La risposta è: dipende.

Sulla questione è intervenuta la Suprema Corte di Cassazione con sentenza n. 11426/2021, chiarendo che fotografare un lavoratore dipendente per provare il suo inadempimento:

  • è lecito, nel caso in cui la foto venga utilizzata a fini privati (ad esempio, in sede difensiva dal datore di lavoro per dimostrare il licenziamento per giusta causa)
  • integra il reato di interferenza illecita (art. 615 bis c.p.), nel caso in cui le foto, scattate da un privato, da un altro dipendente o un investigatore, vengano divulgate, ossia inviate al datore di lavoro, oppure pubblicate su un social network

Sul punto, infatti, la Cassazione ha evidenziato che il diritto alla riservatezza del lavoratore, anche se inadempiente, deve essere sempre rispettato e salvaguardato.

La motivazione sottesa al giudizio della Cassazione si spiega nell’esigenza di salvaguardare il diritto alla privacy del lavoratore dipendente, il quale, infatti, viene tutelato già in prima battuta dalla Costituzione, non ammettendo dunque alcuna deroga se non nelle forme e nei limiti previsti espressamente dalla legge.

E se il post viene accompagnato da insulti contro il lavoratore trasgressore? La domanda si pone rispetto a un caso realmente accaduto, in merito a cui un privato cittadino aveva pubblicato su Facebook la foto di quattro operai, asserendo che non lavorassero durante l’orario lavorativo, e dando loro dei “fannulloni”.

Con la stessa sentenza citata, la Corte di Cassazione si espressa, condannando la condotta del cittadino per i reati di:

  • interferenza illecita
  • diffamazione, sottolineando come il commento negativo espresso risultasse offensivo e denigratorio la dignità degli operai segnalati, anche se inadempienti

Al di là di questo chiarimento fondamentale, comunque, quel che è importante sapere è che segnalare irregolarità o fatti legalmente perseguibili è giusto e imprescindibile, ma che è altrettanto importante farlo nel rispetto della legge.

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