Ex sacerdote rinviato a giudizio per revenge porn: la denuncia della fidanzata

Un ex sacerdote salentino di quarantacinque anni, sulla base delle indagini compiute dalla Polizia postale, nel luglio 2020 avrebbe diffuso immagini intime e sessuali ritraenti la sua ex compagna. Considerata la rilevanza degli elementi raccolti, infatti, il Pubblico Ministero della Procura di Brindisi ha chiesto il rinvio a giudizio dell’uomo, che sarà dunque processato per revenge porn.

Il sacerdozio dell’indagato

Come riportato da “Il Fatto Quotidiano”, l’uomo aveva esercitato il ministero sacerdotale nel territorio salentino, fino a quando la congregazione per il clero del Vaticano, proprio l’anno scorso, lo ridusse allo stato laicale per motivazioni (non del tutto chiarite) che avevano turbato la comunità parrocchiale, seppur non attinenti ad alcuna questione penale.

L’inizio della relazione sentimentale

Subito dopo aver lasciato la tonaca, l’uomo intraprese una breve frequentazione con una donna, durante la quale l’aveva immortalata con foto e video durante i loro rapporti intimi.

La prova schiacciante

Secondo quanto riferito dal Pubblico Ministero, l’elemento probatorio che ha determinato il rinvio a giudizio dell’ex sacerdote consisterebbe nel fatto che le immagini sono state diffuse direttamente dal suo cellulare personale, dimostrando inconfutabilmente la condotta illecita per cui sarà presto processato.

In cosa consiste il reato di revenge porn

Come previsto dall’art. 615 ter del codice penale, la condivisione di materiale (foto o video) ritraente esplicitamente contenuti intimi o sessuali altrui senza il consenso dell’interessato viene punita con la reclusione da 1 a 6 anni e con la multa da 5.000 a 15.000 euro.

Le stesse pene si applicano anche a chi, una volta ricevuti i contenuti, provveda a diffonderli ulteriormente.

Letteralmente, il revenge porn si traduce in una “vendetta pornografica” nei confronti della persona ritratta nelle foto e nei video, in quanto il movente del reo consiste proprio nel volerla denigrare e umiliare, tentando di distruggere definitivamente la sua reputazione esponendo la sua intimità al pubblico ludibrio. Questo reato, in realtà, si applica però anche in caso di mancanza di “vendetta”: basta la divulgazione non consensuale.

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